L’amore ai tempi della Fuitina

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Fino a mezzo secolo fa, specialmente nel sud Italia, le donne potevano uscire di casa solo per seguire funzioni religiose, processioni o feste patronali ed erano sempre controllate da un parente più grande o da un fratello o da un cugino. Il giovane pretendente per far capire che c’era un interesse poteva solo che inseguire con insistenza la prescelta e usare l’ammiccamento per comunicare con lei; nipotini o bimbi del quartiere fungevano da “piccoli viaggiatori” per messaggi d’amore e piccoli doni.
La sera il giovane uomo innamorato poteva passare ore sotto le finestre dell’amata in attesa che lei uscisse per innaffiare le piante o stendere il bucato, tutto senza parlare, se non attraverso
il corpo e gli sguardi. Se l’amore veniva contrastato dalle rispettive famiglie perché si era già d’accordo con un’altra o il giovane veniva ritenuto o troppo povero o inadatto, ancora, semplicemente perché l’amore vince e strappa ogni catena, si poteva risolvere tutto organizzando la Fuitina.
La Fuitina cioè l’allontanamento volontario dei due amanti dalle rispettive famiglie cosi i due giovani potevano dimostrare che l’atto era stato consumato e che lei sarebbe stata giudicata una
peccatrice.
L’unica soluzione per mettere a tacere le voci era sposarsi, senza dote, senza invitati e molto presto la mattina, quando ancora è buio. Le famiglie più povere usavano questo metodo per non occuparsi delle spese da affrontare per il matrimonio che gravava quasi tutto sulle spalle della famiglia della sposa e, per questo motivo, spesso erano già tutti d’accordo.
E, anche se tutti erano a conoscenza della finzione, si recitava la propria parte, secondo la ritualità imposta dalla tradizione.
Il rapimento durante una manifestazione o la fuga concordata esigevano molti complici ed un parente disponibile ad ospitare la coppia per tre giorni. La madre della sposa piangeva pubblicamente strappandosi i capelli, il padre della sposa, sostenuto da amici e parenti, cercava in ogni posto il giovane rapitore per ucciderlo, tutto nella finzione e tutto estremamente vero.
Fortunatamente le donne ora non hanno più vite così sacrificate e sono molto più libere ed indipendenti di una siciliana negli anni ‘50 o ’60 ma l’idea di essere rapite per amore o di
organizzare un incontro rubato o di fuggire insieme, restano dimostrazioni che l’amore supera ogni ostacolo, come un fiume quando rompe gli argini e come per Romeo e Giulietta donando a tutto un’aura romantica.
Probabilmente in tutto il sud italia si praticava questo metodo, ma è altrettanto vero che ogni regione ne ha poi diversificato la forma, al “matrimonio riparatore”.
In Puglia, ad esempio, quest’ultimo avveniva alle cinque di mattina, gli sposi passavano per la sacrestia della chiesa e la sposa era obbligata a vestirsi di nero e ad indossare, anche la cosiddetta veletta nera in segno di pentimento.

Un film rappresenta nel mondo questo rituale: La ragazza con la pistola di Mario Monicelli, in cui una splendida Monica Vitti (Patanè Assunta) ci fa vivere con lei le restrizioni dei controlli a vista, i balli tra sole donne (o tra soli uomini), i vestiti neri e, non volendo, sensuali e il desiderio di un uomo (Macaluso Vincenzo) di cui finge disinteresse ma, è chiaro a tutti i presenti, che non vede l’ora di sentirsi liberata e di incontrare l’uomo ci cui crede di essere innamorata, perché nella macchina dei due complici dell’uomo ci si infila praticamente da sola, anche se urla
disperata.
Vincenzo non vorrà riparare al suo essere disonorata e li inizierà il viaggio di Assunta per porre rimedio da sola al danno, uccidendolo e tornando in patria ripulita dal peccato.
Assunta invece di uccidere Vincenzo maturerà come essere umano e la sua vita prenderà strade impreviste in Inghilterra, dove il Macaluso trova lavoro e dove lei va a cercarlo.
Un rincorrere ed un evolversi per la protagonista da chiusa siciliana di un piccolo paese a donna capace di cavarsela da sola dandone dimostrazione tagliandosi l’amata treccia simbolo di una cultura arcaica di cui pian piano ssi spoglia fino a sposare l’uomo giusto per lei.
Monica Vitti vestita in nero, con i capelli raccolti e la lunga treccia è di una bellezza rara ed, in alcuni fotogrammi, insuperabile.
Ho immaginato che una sposa dei nostri giorni possa ispirarsi a lei e sentirsi libera anche di scegliere un abito nero perché finalmente i colori non rappresentano più un marchio negativo o un pregiudizio ma ci permettono di esprimere come ci sentiamo o come vogliamo mostrarci agli altri, non mi stupirei se una sposa dello Scorpione avesse questo genere di preferenza, certamente ci abbinerebbe dei fiori dai colori molto sanguigni.
Sentiamoci in linea con noi più che con le tradizioni, di queste salviamone solo il senso dell’amore che ci fa permettere di esprimere come ci sentiamo o come vogliamo mostrarci agli altri, non mi stupirei se una sposa dello Scorpione avesse questo genere di preferenza, certamente ci abbinerebbe dei fiori dai colori molto sanguini.
SUNRISE indica il sorgere del sole, non ci è mai capitato un matrimonio all’alba, ma non vi nascondiamo che l’immagine di una vallata ricoperta di olivi, che si sveglia lenta, a far da cornice a questo magico momento non ci sembra male per niente!
Le location che possiamo proporvi hanno tutta la magia che serve per realizzare sogni ad occhi aperti.

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